Trading On-line con il vino? sì, è possibile!

L’idea di questa piattaforma mi piace moltissimo e per introdurre questo articolo ricordo che questo blog e la mia persona, non guadagnano assolutamente nulla per queste informazioni, come sempre, scrivo di ciò che mi appassiona senza nessun tipo di tornaconto diretto o indiretto.

Sono ormai passati alcuni mesi da quando pubblicavo, in collaborazione con Grandi Bottiglie, un articolo dettagliato sull’investimento in FineWine e vini rari in cui un collaboratore di Grandi Bottiglie ci ha spiegato come e cosa fare per iniziare a muovere i primi passi guidati nel mondo dell’investimento ‘in bottiglia’.

Un asset libero da tassazione sul CapitalGain, un asset da 192% e che, sembra, non risenta di crisi, incomprensioni economiche tra paesi; insomma, un nuovo “bene rifugio”.

VAI QUI PER LEGGERE L’ARTICOLO COMPLETO SU INVESTIRE IN VINO

Durante l’intervista a Grandi Bottiglie, mi è caduta subito l’attenzione sulla nuova piattaforma che questa società sta lanciando sul mercato, probabilmente unica piattaforma on-line dove sarà possibile negoziare pacchetti di FineWine e valutarne costantemente il valore come se fossero vere e proprie azioni.

Il 22/04/2020 questa piattaforma è stata messa operativa, come ci avevano accennato nell’articolo, andiamo quindi insieme a sbirciare come funziona INVESTIREINVINO.IT , la prima piattaforma per il WineTrading on-line.

Investireinvino.it

Innanzitutto, Grandi Bottiglie è una società che si dedica alla gestione degli investimenti in vini pregiati, dal 2005 è sul mercato guadagnando immediatamente una bella fetta di investitori e una gran fetta di guadagni che questo mercato riserva agli “attenti” ai movimenti dei vini, sui grandi e nello stesso tempo nascosti, mercati in cui si muovono le Super-etichette.

Grandi Bottiglie ha lanciato anche il suo e-commerce specializzato in bottiglie rare e pregiate e in regali personalizzati e particolari (io compio gli anni il 3 Luglio, così, giusto per farvelo sapere:) n.d.r.).

Oggi GrandiBottiglie si posiziona, come si legge nella loro presentazione al “27° posto per fatturato fra tutte le società adibite al commercio di bevande e all’ottava posizione in assoluto per crescita con i maggiori ROA in Italia.”

Con queste premesse, andiamo quindi a sbirciare questa nuova piattaforma lanciata da questa società.

La piattaforma spiega bene i vari vantaggi e svantaggi dell’investimento in Vino, senza dimenticare che si è in qualche modo ‘guidati’ da una società come Grandi Bottiglie, da 15 anni sul mercato.

Propone 3 pacchetti di abbonamento

Investireinvino.it

Vedremo successivamente l’abbonamento gratuito, andiamo a vedere invece gli altri:

Abbonamento da 99€/mese : Con questo abbonamento l’utente avrà accesso a tutte le informazioni necessarie per iniziare a valutare e capire questo investimento, inoltre, qui sono presenti dei pacchetti da investimento da 1.000€ a 15.000€ (selezionati da GrandiBottiglie n.d.r.) tra cui scegliere, avendo così la possibilità di diventare immediatamente operativo e poter controllare in una sezione apposita il valore esatto giornaliero delle bottiglie acquistate (sezione: La mia cantina n.d.r.).

Per una maggior flessibilità l’abbonamento a 99€/anno è acquistabile in modo mensile, trimestrale o annuale, con gli ovvi risparmi in caso di abbonamento annuale.

Abbonamento da 129€/anno : Con questo abbonamento oltre alle varie info e alla possibilità di scegliere se abbonarsi in modo mensile, trimestrale o annuale, è possibile scegliere pacchetti fino a 20.000€ e la cosa più interessante, è la possibilità di negoziare pacchetti personalizzati. Una dedica ancora più minuziosa quindi, alla ricerca della bottiglia più adeguata all’elevato investimento. Anche qui, è possibile ovviamente controllare costantemente le variazioni di prezzo in essere, giornalmente aggiornate, nella sezione dedicata “La mia Cantina”.

Parliamo ora brevemente della sezione gratuita. Trovo molto utile questa sezione come primo step all’investimento in vino; ti dà tutte le informazioni necessarie sui valori, il mercato e le linee guida per l’investimento. È scaricabile una ‘Guida all’investimento’ per muovere i primi passi con i consigli di GrandiBottiglie.

Una cosa super interessante di questa piattaforma è che le bottiglie acquistate, possono essere (…e dovrebbero a mio avviso n.d.r.) anche consegnate a casa e conservate direttamente dall’investitore; questo è consigliato a chi ha anche una bella passione per il prodotto, il vero e bellissimo senso del Passion Asset quale è il vino, vissuto davvero in modo puro e vero. Per chi non ama invece il vino e acquista solo per rivendere, l’opzione è lasciare le bottiglie ai magazzini.

Spero che queste info e questa brevissima panoramica possa esservi utile e, nel caso effettuerò qualche investimento, vi farò certamente sapere; nel frattempo, vado a leggermi la GUIDA e le altre info scaricabili con l’abbonamento gratuito.

A presto Eno-Lovers!

Le bollicine, dal Metodo Classico al PetNat

Metodo Classico sui lieviti “Cantina Scuropasso”

Era l’ormai “lontano” 2015 quando per la primissima volta, ascoltai un produttore parlare di Pet Nat e Metodo Ancestrale. Erano i tempi dell’avvento dei vini Orange, in anfora, sui lieviti, il mondo del vino si stava inesorabilmente muovendo verso un ritorno ai vecchi sapori naturali, veri; agli antichi prodotti ma soprattutto stava ritornando a quello che era la nostra viticoltura prima dell’avvento delle autoclavi, dei lieviti chimici e delle lavorazione per le grandi e veloci produzioni.

Iniziai ad avvicinarmi a questi vini con molta curiosità, innanzitutto poichè non conoscevo se non per sentito dire, questa antica e quasi “Ancestrale” tecnica di vinificazione e seconda cosa poiché si parlava di un prodotto molto più naturale, complesso e aromatico di un normale metodo charmat a cui, da emiliano e amante del Lambrusco, ero molto abituato.

Andiamo con ordine quindi e vediamo le differenze sostanziali, insieme a un po’ di storia e dibattito, un po’ anarchico, che spesso sfuggono agli amanti delle bollicine. Essendo oggi un vero amante e cultore dei rifermentati in bottiglia e dei Pet Nat o metodo Ancestrale, voglio partire dall’inizio delle prime bollicine nate al mondo fino ad arrivare ai nostri giorni, cercando in parole semplici anche di spiegare a chi non è ferratissimo in materia, come vengono prodotte le più famose bollicine.

A metà dell’800 tutti i vini frizzanti (spumantizzati) erano prodotti con la tecnica “ancestrale” e del rifermentato in bottiglia o, se parliamo dei grandi classici francesi e Italiani, col Metodo Classico di cui oltretutto, il nostro oltrepo’ pavese, detiene la bandiera del primo Metodo Classico nel 1865.

Il Metodo Classico è molto pregiato poiché richiede operazioni e tempistiche lunghe e complesse che vengono effettuate prima sulle uve e successivamente quando il vino si trova in bottiglia. Per questo metodo, le uve selezionate vengono pressate in maniera molto soffice e segue poi una fermentazione con lieviti selezionati e zuccheri. Questa fase viene chiamata anche presa di spuma. Successivamente si imbottiglia aggiungendo al vino un liquido chiamato ‘liqueur de tirage’ che permetterà di iniziare una seconda fermentazione in bottiglia.

Nel vino sono quindi presenti lieviti che non hanno completamente trasformato tutti gli zuccheri in alcol e ogni bottiglia viene tenuta in posizione prima orizzontale, per esporre al massimo l’area dei lieviti al liquido in bottiglia. Dopo qualche mese i lieviti si sono consumati e nella bottiglia è aumentata la pressione a causa dei gas prodotti durante questa fermentazione. La bottiglia viene così disposta per un altro periodo di tempo in posizione obliqua col tappo verso il basso, questo per far sì che i residui si depositino tutti sul tappo nel collo della bottiglia. È una operazione molto delicata e molto affascinante, nelle grandi cantine di Metodo Classico si trovano cataste che sorreggono il collo della bottiglia e lo tengono in questa posizione.

Cantina Scuropasso Oltrepo’ pavese Posizione Orizzontale e obliqua delle bottiglie di M.C.

Successivamente si effettua l’espulsione dei lieviti che si sono raccolti nel collo della bottiglia. Solitamente per questa operazione si è soliti congelare il collo della bottiglia e stapparla facendo così espellere, grazie alla pressione, tappo e lieviti depositati sotto di esso come in un blocchetto e successivamente ritappare con tappo a fungo. In questa operazione si può anche aggiungere parte del licquido perduto durante la espulsione e solitamente è un mix dello stesso vino con zuccheri. Questo liquido è chiamato ‘Liqueur d’expedition’ e determina anche la quantità di zuccheri che saranno finalmente presenti in bottiglia e determineranno se il vino è Pas dosé (zero aggiunte) o Extra brut, Brut etc.

Questo metodo classico è molto lungo e laborioso e soprattutto dona ai vini aromi, sapidità e perlage degni delle grandissime etichette e quindi, un prezzo molto elevato e una bella capacità di invecchiamento. Fu così che alla fine dell’800 fu inventato un metodo che consentiva di estrarre aromi e note floreali e abbastanza complesse in molto meno tempo e senza troppi interventi da parte dell’uomo, nacque il Metodo Charmat o Martinotti.

Vasche e autoclave

Il Metodo Charmat nasce soprattutto per produrre un vino buono, con note complesse, abbastanza strutturato a basso costo e molto velocemente. Questo metodo si svolge in autoclave, un contenitore di acciaio Inox sotto pressione in cui, dopo una pressatura delle uve, la cuvée fermenta producendo anidride carbonica o immettendola dall’esterno (spumanti artificiali n.d.r.), in maniera molto veloce per almeno 30 giorni (per più tempo parleremo di Charmat Lungo n.d.r.). Si aspetta che il prodotto si stabilizzi e che non ripartano nuove fermentazioni in bottiglia dopodiché il vino è pronto per essere commercializzato. Tutte le fermentazioni avvengono all’interno dell’autoclave, sotto pressione fino alla filtrazione e all’imbottigliamento.

Questo metodo, così rapido e soprattutto adatto ad uve prettamente aromatiche (vedi Lambrusco n.d.r. che si presta ottimamente a questo metodo) è stato subito adottato da molti per aumentare la produzione e per poter sfruttare anche quelle uve non in perfette condizioni. L’unico problema, se così si può chiamare, è la tradizione.

Il metodo Charmat (che a me piace comunque molto n.d.r.) è andato a togliere parte della vita del vino e soprattutto è andato a togliere quelle sfumature e quelle complessità che solo un fondo in bottiglia di una ri-fermentazione sui lieviti autoctoni potrebbero dare. I vini col fondo sono stati sostituiti da vini più limpidi, meno “contadini” più veloci e più controllati (anche a livello sanitraio n.d.r.) perdendo quelle caratteristiche delle annate, delle zone di produzione e parte dell’importante terroir che possiamo invece scoprire. I vini prodotti con metodo classico o con metodo ancestrale, sono vini vivi, hanno ancora residui e lieviti e acidità che possono consentire un lungo invecchiamento e una seconda evoluzione in bottiglia, il metodo charmat invece, produce un vino che probabilmente si perderà entro i primi anni.

Con l’avvento dell’autoclave si sono perse parte delle nostre tradizioni; i nostri nonni conoscevano benissimo il metodo classico anche senza sapere, probabilmente, in cosa consistesse; di solito si imbottigliava il vino dalla damigiana quando era ancora fermo e, successivamente in primavera quando si apriva la bottiglia, il vino era magicamente frizzantino. Questo è il tanto amato oggi e ricercato, metodo Ancestrale e col fondo. Quali sono quindi le differenze tra metodo ancestrale e Metodo Classico?

Prima fra tutte è che nel metodo ancestrale non si aggiungono liquidi zuccherini per determinare la pressione in bottiglia e per far ripartire una seconda fermentazione (liqueur de tirage). Nel metodo ancestrale, la prima fermentazione delle uve, che avviene solo con lieviti indigeni e quindi è anche poco controllabile, viene bloccata per abbassamento della temperatura e il vino viene imbottigliato.

Fondo in bottiglia di metodo Ancestrale (Lambrusco Sorbara RADICE Paltrinieri)

Qui sono ancora presenti lieviti inattivi che non hanno ancora completato la loro trasformazione degli zuccheri anch’essi presenti nel vino. Quando in primavera si innalzano le temperature, i lieviti si riattivano naturalmente e proseguono il loro processo di trasformazione degli zuccheri in alcol. Questa è la famosa rifermentazione in bottiglia; anche se poi la fermentazione è comunque una sola, solamente interrotta e fatta ripartire. Anche in questa metodologia, le bottiglie sono tenute in posizione orizzontale e successivamente direttamente messe in commercio senza essere filtrate. Troviamo quindi in questi vini un fondo e i prodotti della fermentazione e sali minerali che danno alla bottiglia complessità, autenticità e senza dubbio moltissimi più aromi e terroir.

I vini prodotti con metodo ancestrale sono sicuramente interessantissimi per la loro croccantezza e complessità; la fugace bollicina non troppo invasiva, li rende super bevibili, super freschi e super giovani, anche se possono invecchiare e anche se vengono da una metodologia così antica.

PetNat dall’Isola di Lanzarote-Canarie (tenerifeWine)

I pet Nat (ancestrali) hanno due correnti di pensiero per essere bevuti, chi shakera (agita) il tutto prima di stappare, in modo da mischiare residuo e vino oppure, lasciare il fondo sul fondo e godere della evoluzione della bottiglia man mano che ci si avvicina al finale. Consiglio ovviamente questa tecnica per quando lo si beve soli a casa o magari in due per godere appieno di ogni “strato” della bottiglia…non so perchè ma credo abbiate capito che io sono della seconda corrente di pensiero di arrivare al fondo super complesso e tradizionale che questi vini regalano.

Nel prossimo articolo, cercherò di darvi qualche dritta sui più buoni Ancestrali PetNat provati nel caso vogliate favorire…

5 Metodi da WineLovers per preservare la Biodiversità

C’è una cosa di cui si parla poco, spesso dimenticata tra le varie denominazioni e certificazioni di vini biologici, vegan, convenzionali ma non per questo meno importante.

La Biodiversità è una di quelle ‘parole grandi’ che racchiude in sé tantissimi significati. Comincerei col dire che con il 2020 si conclude il decennio per la biodiversità, ironico se pensiamo alle varie specie animali e foto di questi giorni di quarantena senza smog e di quello che abbiamo regalato al pianeta in questi mesi di reclusione. Ironico se pensiamo che nonostante tutto delle 30.000 specie vegetali commestibili ne usiamo nel 2020 solamente meno di 30 e ancor più ironico se pensiamo che la nostra alimentazione comprende solamente 5 specie animali.

Ironico anche pensare che ogni volta che una pianta si estingue, almeno 10 fanno la stessa fine e la natura crolla come la torre di Jenga quando muoviamo il legnetto sbagliato.

La biodiversità è la vita sulla terra, la varietà, avete presente quando si dice che il “mondo è bello perchè è vario”? Esattamente questo. Ogni essere, dal più piccolo al più grande ha il suo determinato scopo nella biodiversità, stessa cosa per le piante ognuna ha il suo scopo.

«Qualunque cambiamento in un ecosistema prima o poi dà origine a una catena di trasformazioni che
possono coinvolgere anche ecosistemi molto distanti, con conseguenze sull’intera biosfera.» (Balboni, 2007)

La Biodiversità è considerata oggi la più importante ricchezza del pianeta

Qui sul mio blog ne parlo spesso, anche tra le righe; lo abbiamo visto bene quando parlai delle Api e del progetto BeeInTrip, ugualmente grazie a Deafal, abbiamo scoperto quanto è importante “rigenerare i suoli per rigenerare le società” (motto Deafal ONG n.d.r.) con tecniche di agricoltura organica e rigenerativa; biodinamica, con i produttori di Envinate a Tenerife e Stella di Lemmen in Liguria, abbiamo scoperto quanto è importante ascoltare la natura e il luogo in cui ci si trova per produrre prodotti unici al mondo e tanti altri articoli improntati all’autentico, alla biodiversità e alla sua importanza riflessa nel vino.

Le cause della attuale perdita di biodiversità sono principalmente l’aumento demografico, la deforestazione massiva, il cambio climatico incontrollato, l’agricoltura industriale, i pesticidi e il sovra-sfruttamento di alcune zone.

Ma quindi, praticamente, cosa possiamo fare noi winelovers & enolovers per cercare anche dal divano di casa nostra, di preservare parte di questa biodiversità che è fondamentale per la nostra vita sulla terra?

Vi lascio 5 spunti che sto seguendo e che cercherò di seguire personalmente per portare anche noi amanti del buon bere e della bella vita, il nostro grano di sabbia e tentare di bere in modo più sostenibile e consapevole.

1-Cercare di conoscere i produttori, via internet, social, cercar di capire come lavorano e quali sono i loro valori. Non sono troppo importanti le certificazioni, quello che è necessario è vedere le mani e gli occhi di chi produce il nostro prodotto e sapere se sta producendo ascoltando quello che ha intorno o meno. Non è importante cercare le DOC DOCG o le etichette con i loghi BIO etc. , la cosa veramente sorprendente, sarebbe sapere a cosa pensa il produttore quando inizia a strutturare il suo vigneto.

2-Cercare sempre di stare sulle piccole produzioni, ci sono tanti produttori che versano nelle loro poche bottiglie all’anno tutto il lavoro e la sostenibilità di anni e anni di studi e sperimentazioni. Supportare ed investire in queste realtà può senz’altro aiutare la biodiversità poichè molti producono anche altri prodotti come olio di oliva, miele, farine etc. e può senz’altro avere un ROI (return on investment n.d.r.) molto alto che è la qualità della bevuta e la qualità dei prodotti sulla nostra tavola.

3-Avvicinarsi a quei prodotti alcolici fermentati spesso dimenticati e non presi in considerazione da noi amanti del vino quali il Sidro e l’Idromele e che a volte, oltre ad essere ultra-sostenibili, sono anche degli ottimi alleati per bere bene; ce ne sono in commercio alcuni degni di altissima qualità, anche prodotti con Metodo Classico (idromele) e con rifermentazioni naturali in bottiglia (sidro) decisamente da provare. I frutteti, oltre alle Api, sono essenziali per la biodiversità poiché hanno un ecosistema naturale fatto di piante ed insetti (lombrichi compresi) decisamente molto ampio e chi li gestisce senza la massiva dose di pesticidi, che richiedono spesso le grandi produzioni di mele o pere, regala un prodotto incredibile e una boccata d’aria al nostro pianeta. Per l’idromele, anche i ragazzi di BeeInTrip, in collaborazione con stanno producendo il loro Idromele, il SEVEN (fermentato del miele, vedi foto a dx sopra n.d.r.). Voglio essere uno dei primi a provarlo!!

4-cercare di scoprire/riscoprire le varietà autoctone di uve della varie zone; essendo autoctone, sono ben radicate in un determinato territorio, sono pure e necessitano di molte meno interventi da parte dell’uomo quindi, sarebbe buona norma includere in cantina una buona parte di vitigni veramente autoctoni provenienti dalle varie regioni. La Ribolla ad esempio, coltivata tanto e bene, anche in Biodinamico, da grandi storiche cantine.

5-Cercare di scegliere prodotti e produttori attenti a tutta la parte ECO che si trova dopo la produzione del vino quali cartoni ecologici, spedizionieri con emissioni di CO2 controllate al minimo (ce ne sono tantissimi e non costano più cari degli altri n.d.r.) e soprattutto, appena potremo uscire di casa dopo questa pandemia, ritornare in vigna a conoscere, chiacchierare e comprare direttamente dal produttore. La ENO-filiera corta è anche uno splendido modo per poter viaggiare in modo sostenibile e biodiverso.

Vi ricordo anche che il 22 maggio, sarà la giornata mondiale della biodiversità, e spero che per allora, come me, provate almeno uno di questi punti per essere veramente WineLover Sostenibili e preservare la importantissima Biodiversità.

A presto Francesco!

Bonjour Vignerons! Domaine Arnaud Lambert e la valle della Loira

1200 Km di fiume, una delle zone vitivinicole più grandi della Francia, meno blasonata, ormai, del famoso Fine-Burgundy ma non per questo incapace di sfornare prodotti di altissima qualità e soprattutto di altissimo carattere.

Ci sono passato più volte durante i miei viaggi e senza dubbio, la lunga valle della Loira è una di quelle di cui porto i ricordi migliori, insieme a ‘Chateauneuf du Pape’ con i suoi terroir di ciotoli e quarzite spolverati da un clima molto secco. La loira è differente, come in ogni zona della Francia, la Loira per me è la Loira. Premetto che questo articolo è frutto di alcune ricerche in rete e totalmente prodotto dalle cose che so di questa zona e di quello che ho appreso durante i viaggi enologici qui, cercando di assemblare al meglio queste ‘esperienze’ alle schede dei prodotti degustati.

Qui ho assaggiato per la prima volta, qualche anno fa, alcuni uvaggi tipici e a me sconosciuti come il Gamay o il Chenin Blanc, ricercandoli poi in questi anni nelle varie enoteche o on-line, senza che nessun prodotto però mi facesse ritornare a quei sentori così veri, puliti, verticali e quelle sensazioni così fresche e morbide che l’ultimo viaggio in Loira mi aveva lasciato. Forse era la giovane età ma i ricordi di quei sapori erano vivissimi nella mia memoria olfattiva.

La Loira è differente da ‘Chateauneuf du Pape’, qui siamo in una zona che per latitudini ha un clima piuttosto freddo e siamo al limite della sopravvivenza per le specie di uve che si possono incontrare. Forse è proprio per questo che per me Loira è Loira, si parla di limiti, di sopravvivenza, di latitudine, quelle cose che rendono magico un terroir e magiche le bottiglie di alcuni produttori. A causa di questo clima le uve hanno quasi sempre un basso tenore di zuccheri e quindi, di conseguenza, molti dei vini qui prodotti sono con un contenuto alcolico più basso e meno potente dei vini delle altre regioni francesi.

Dagli anni ’90, La Loira è la ‘patria’ dei vini naturali, tantissimi produttori hanno aderito a questa ‘filosofia’ produttiva e chi non ha aderito al ‘total nature’, è in gran parte Biologico o Biodinamico.

Retro Bottiglia di Clos De Midi Bio Domaine Arnaud Lambert

Nel 2000 la zona centrale della Loira è stata dichiarata Patrimonio dell’UNESCO insieme al suo parco naturale regionale, una zona in cui flora e fauna si riproducono nel pieno rispetto di una complessa biodiversità completamente naturale.

Ho ritrovato qui in Spagna, durante questa quarantena, due prodotti di un produttore della amata Loira, precisamente di Brézé, vicinissimo a Saumur e al centro del parco naturale Loire-Anjou Touraine. Non lo conoscevo ma leggendo della sua posizione e dei lavori in regime Biologico/Biodinamico e del grande rispetto per le uve tipiche della regione in cui si trova, nonché la sua filosofia aziendale di ricercare sempre il vero terroir e la autenticità in ogni prodotto, mi hanno incuriosito inmediatamente e così, ho preso inmediatamente due bottiglie e mi sono riinnamorato della Loira.

Domaine Arnaud Lambert dal 2009 è certificato biologico, produce in alcuni ‘Clos’ (parcelle con vigneti qualitativamente migliori rispetto a quelli circostanti, n.d.r.) che sono nelle zone di Saumur, Brézé, Sant Cyr en Bourge e Sanit Just; non per nulla fino a prima dell’arrivo in azienda di Arnaud, figlio del proprietario Yves Lambert, l’azienda era sotto il nome di Domaine Saint Just.

Solo dopo l’arrivo di Arnaud e la sua voglia e passione per ricercare continuamente insieme al padre il terroir e tenere alte le qualità delle varietà della sua zona originaria e dei comuni limitrofi, prese il nome di Domaine Arnaud Lambert.

Ho provato di questo produttore due prodotti veramente eccezionali e spero tanto di poter presto ritornare a viaggiare per visitare personalmente questa fetta di UNESCO che mi ha assolutamente rapito.

CLOS DE MIDI 2018 Biologico AOC SAUMUR a sinistra del fiume Loira nel parco naturale, precisamente il Clos si trova a Saint Just sur Dive; 100% Chenin Blanc, la uva più tipica della zona. Il terreno è sabbioso Calcareo in una delle zone più fredde delle colline, vendemmia manuale, lieviti indigeni e utilizzo principalmente di acciaio, una parte, matura in botti di rovere usate il tutto per 12 mesi.

In questo vino, ho ritrovato le meraviglie di qualcosa che avevo perduto tra le tante bottiglie di Chenin Blanc che ho provato. Un sentore di pietra salata, quella verticalità degna di una zona vellutata e nello stesso tempo così strutturata come la AOC SAUMUR, i fiori e l’erba, la frutta esotica e agrumi; l’acidità spicccata e la morbidezza dovuta alla bottiglia, rendono questo vino un vero viaggio sensoriale a cui spero di ritornare molto presto. Questo vino, così teso, energico e generoso, ha un terroir molto particolare, tipico della zona, regala aromi e sapori unici.

TERRES ROUGES 2018 Biologico AOC SAUMUR CHAMPIGNY 100% Cabernet Franc; zona meridionale sempre nel comune di Saint Just sur Dive, collina di fronte a Brézé in terreno argilloso e calcareo. Qui non abbiamo la prevalenza di sabbia come per il Clos de Midi e il sole regala alle uve tutto il necessario in questa zona più mite. L’uva è raccolta ovviamente a mano, viene diraspata totalmente e fatta fermentare con lieviti autoctoni il 50% in cemento e il restante 50% in botti di rovere usate per 8 mesi. Affinato poi totalmente in acciaio per 6 mesi.

Mi piace la scelta della fermentazione in legno e dell’invecchiamento in acciaio, ha un ché di sperimentale e lascia presagire la naturalezza degli aromi che usciranno da questa bella lavorazione.

Il Terres Rouges è l’essenza del Cabernet Franc, morbido, delicato ma tenace in bocca, sapido e vinoso, resta fresco per tutta la bevuta, la gradazione di 13,5%Vol. dà una struttura che sembra essere la perfetta cornice di un quadro in cui anche la sabbia alluvionale meno presente regala i suoi sentori di fiori e frutta. Un vino molto piacevole, l’acciaio dona freschezza e permette a quegli aromi fragranti di terra bagnata e erba di esprimersi al meglio a mio avviso; un vino favoloso, una uva leggendaria a un rapporto qualità prezzo incredibile.

Dopo questi due bellissimi viaggi sensoriali, fatti ovviamente dal divano di casa e unendo i ricordi della splendida valle della Loira, non mi resta che prendere altre bottiglie di questi vini, lasciarli in cantina per vedere come se la cavano in una ulteriore attesa in bottiglia, soprattutto il Chenin Blanc, legarmi le mani per non berli e sognare il giorno in cui potrò mettere personalmente piede a Domaine Arnaud Lambert e farmi spiegare da lui, tutto quello che mi è sfuggito di questi vini meravigliosi.

DEGUSTAZIONE TERRES ROUGES DOMANIE ARNAUD LAMBERT

Quale corso di degustazione vino scegliere WSET o AIS? (Parte AIS)

Questo sarà un articolo diviso in due parti in cui ho racchiuso, insieme a professionisti del settore dei due corsi che si possono trovare in Italia sul vino (WSET e AIS), tutte le info necessarie per poter valutare, scegliere e magari, in questo periodo in cui abbiamo più tempo e più voglia di scoprire, avvicinarsi con uno di questi corsi al meraviglioso mondo del vino e della degustazione da…professionisti.

Voglio quindi condividere con voi due chiacchierate che ho fatto con Marco Vitale, Sommelier AIS e Blogger nel suo sito ‘Affinamento in bottiglia’ che ci spiegherà tutto dei corsi e degli esami AIS, per quanto riguarda invece i corsi Wset mi sono rivolta alla mia amica Mihaela Cojocaru, formatrice Wset, Export manager, collaboratrice di formazione per vari enti e piattaforme on line tra cui WineJump e che sta per finalizzare il Wset livello 4 e precedentemente, sommelier AIS.

Grazie a questi due esperti, potremo scoprire tutto di questi corsi, differenze, somiglianze, tempi di studio e sbocchi professionali.

VAI QUI PER LEGGERE TUTTO SUI CORSI WSET

Oggi voglio condividere con voi l’esperienza di Marco Vitale che mi ha raccontato dei corsi AIS e dell’esame da sostenere per diventare Sommelier certificato.

MARCO VITALE SOMMELIER AIS

Ciao Marco! Parlaci delle caratteristiche principali del corso AIS

“Ritengo il corso organizzato dall‘Associazione Italiana Sommelier (AIS) un percorso di studio molto valido.

Il corso si articola in tre livelli.

1-Il primo livello approfondisce gli argomenti di viticoltura, enologia, tecnica della degustazione e tecnica di servizio; la vite, la vigna, l’uva, il vino, gli spumanti, i vini passiti, i vini liquorosi, il vino italiano e le sue leggi, la birra, i distillati, i liquori, la figura del sommelier, il servizio a tavola, l’organizzazione e la gestione della cantina; e poi ancora la tecnica di degustazione, le sensazioni percepite durante l’assaggio, la capacità di valutare un vino cercando di farsi condizionare il meno possibile dai propri gusti, la terminologia corretta per parlarne con gli altri attraverso un linguaggio comune; insomma un vero tuffo nel mondo del sommelier.

2-Il secondo livello è un vero e proprio viaggio nell’enologia nazionale ed internazionale; vengono approfondite le peculiarità di ciascun vitigno e la storia della produzione, italiana e straniera,  approfondendo il legame tra vini e territori; viene anche approfondita e perfezionata la tecnica di degustazione per poter esprimere ancor più a fondo un giudizio sulla qualità di un vino.

3-Il terzo livello è improntato sulla tecnica della degustazione del cibo e dell’abbinamento cibo-vino attraverso l’utilizzo di una scheda grafica e prove pratiche di assaggio con cibi e vini di diverse tipologie; analisi sensioriale, tecnica dell’abbinamento per concordanza e contrapposizione, giudizio sull’armonia dell’abbinamento.

Al termine dei tre corsi è previsto un esame di abilitazione, superando il quale si consegue il titolo di Sommelier AIS.”

A chi è rivolto il corso AIS? Chi, secondo te, dovrebbe scegliere Cosa? AIS o Wset?

“È rivolto sia al semplice appassionato, sia a chi invece abbia la mira di intraprendere la carriera professionale da Sommelier; chi dovrebbe scegliere cosa invece, non posso rispondere in quanto non ho mai fatto un corso Wset e non mi sento in grado di dare consigli.”

On-Line? Ci sono corsi AIS on-line? Come funziona se vogliamo (intanto che siamo a casa) approfittare di un corso?

“Che io sappia non esistono corsi AIS on-line, però magari si potrebbe approfondire la cosa chiedendo informazione alla segreteria generale; so che da qualche anno esiste “AIS e-ducational”, uno strumento di formazione on-line rivolto a chi sta frequentando il corso, utile per ripassare attraverso dei quiz.”

Marco come si svolge l’esame AIS?

“Ho dato l’esame nel “lontano” 2012, probabilmente in questi anni potrebbero esserci stati anche dei cambiamenti…

Comunque, l’esame veniva svolto in due giornate e riguardava tutti gli argomenti affrontati durante il percorso di studio.

Non ti nego di aver studiato molto, sicuramente di più rispetto ad altri esami “scolastici” dati 🙂

Durante il primo giorno veniva affrontata una prova scritta (quiz con risposta vero o falso, domande con risposta multipla e domande aperte), una degustazione vino (con scheda annessa) e un abbinamento cibo-vino (con scheda annessa).

Per poter svolgere la seconda giornata d’esame bisognava aver conseguito un minimo di punteggio, sinceramente non ricordo quale.

Durante il secondo giorno veniva affrontata una prova di servizio (davanti ai sommelier che prestavano servizio in sede di esame), una prova di degustazione vino davanti al commissario d’esame e un colloquio con lo stesso.

Con il superamento dell’esame si acquisisce la qualifica di Sommelier” (vedi allegato n.d.r.).

DIPLOMA AIS CONSEGUITO ” MARCO VITALE”

Raccontaci il TUO percorso in AIS

“Nel 2011, dopo aver frequentato per anni banchi d’assaggio, fiere, mini corsi di degustazione organizzati da qualche enoteca o da qualche associazione culturale, sentivo la necessità di approfondire una materia così alchemica ed affascinante con qualche nozione teorica in più e così, mi sono avvicinato al mondo dei corsi per diventare Sommelier.

Le associazioni sono numerose e da quel che so tutte più e meno valide.

Ho scelto il corso AIS per caso, sì esatto, proprio per caso, ma mai caso fu più provvidenziale.

Durante una manifestazione enologica a Milano (non ricordo bene quale), ho trovato un volantino dell’associazione su un banco, ho letto tutto il programma, la cosa mi incuriosiva e così via, è iniziata la mia esperienza in questo fantastico mondo di pazzi scatenati, me compreso.

Ed io che cercavo qualche nozione in più… ingenuo… Altro che qualche nozione!!! C’era un mondo ancora tutto da esplorare!!!

Ho svolto l’intero corso AIS tutto in fila, senza pause, ovvero 1° livello in autunno, 2° in primavera, 3° in autunno ed esame in inverno. 18 mesi per diventare sommelier, 18 mesi di scoperte, studio, lezioni (bisogna frequentare, pena l’invalidazione del livello), assaggi, ancora assaggi e ancora assaggi su assaggi 🙂 che sacrificio…

Impegnativo ma bello, molto bello; lo dimostra il fatto che non ho ancora finito di informarmi, studiare, approfondire.

Durante i corsi poi ho conosciuto persone favolose, con alcune delle quali mi trovo ancora per “degustare” insieme.

Da gennaio dello scorso anno questa mia passione mi ha portato ad aprire un blog “Affinamento in Bottiglia”, una sorta di contenitore in cui scrivo delle mie esperienze gustative e degli incontri con i vignaioli, oltre ad avere una sezione dedicata alla “teoria” del vino, in cui inserisco periodicamente parte dei miei appunti raccolti durante i vari corsi“.

Consiglieresti un corso AIS Marco?

“Se consiglierei il corso AIS? Certamente!!! Innanzitutto si entra a far parte di un’associazione fatta di persone appassionate e competenti, un’associazione che organizza di continuo serate, approfondimenti, master, in collaborazione con professionisti del settore e produttori; dopodichè il corso è davvero articolato bene, il materiale didattico fornito è valido e, non ultimo per importanza, anche la carta dei vini assaggiati non è niente male (anche se a volte, le porzioni di assaggio sono un po’ esigue… ma d’altronde posso capirne il motivo…).

Il corso non è economico ed è impegnativo, c’è da studiare, ecco, non lo consiglierei a chi ha voglia di approcciarsi al mondo del vino in maniera superficiale.

Inoltre, il diploma da sommelier conseguito con AIS è riconosciuto in ambito professionale anche se, dal mio punto di vista, non è assolutamente un punto di arrivo se non un’ottima base sulla quale poggiare il proprio percorso esplorativo e formativo. Cito una frase del grande Einstein”:

“La cosa importante è non smettere mai di domandare. La curiosità ha il suo motivo di esistere. Non si può fare altro che restare stupiti quando si contemplano i misteri dell’eternità, della vita, della struttura meravigliosa della realtà. È sufficiente se si cerca di comprendere soltanto un poco di questo mistero tutti i giorni. Non perdere mai una sacra curiosità.”

A.Einstein

Grazie mille Marco e concludiamo quindi questa carrellata di due articoli piena di informazioni utilissime e provate sulla pelle vera di chi è dentro questo mestiere e inoltre, intrise di emozioni.

Percorsi bellissimi e utilissimi per comprendere meglio la magia del nostro amato Vino. Personalmente, conosco moltissimi Sommelier, diplomati Wset e personalmente ho frequentato corsi orientati alla degustazione tuttavia, non voglio sbilanciarmi nel dare un consiglio o un altro ma lasciare queste informazioni totalmente di libera interpretazione e di indipendente informazione.

A presto #Enolovers! Francesco

Quale corso di degustazione vino scegliere WSET o AIS? (Parte WSET)

Questo sarà un articolo diviso in due parti in cui ho racchiuso, insieme a professionisti del settore dei due corsi che si possono trovare in Italia sul vino (WSET e AIS), tutte le info necessarie per poter valutare, scegliere e magari, in questo periodo in cui abbiamo più tempo e più voglia di scoprire, avvicinarsi con uno di questi corsi al meraviglioso mondo del vino e della degustazione da…professionisti.

Voglio quindi condividere con voi due chiacchierate che ho fatto con Marco Vitale, Sommelier AIS e Blogger nel suo sito ‘Affinamento in Bottiglia’ che ci spiegherà tutto dei corsi AIS; per quanto riguarda invece i corsi Wset mi sono rivolto alla mia amica Mihaela Cojocaru, formatrice Wset, Export manager e collaboratrice di formazione per vari enti e piattaforme on line tra cui WineJump e che sta per finalizzare il Wset livello 4.

Grazie a questi due esperti, potremo scoprire tutto di questi corsi, differenze, somiglianze, tempi di studio e sbocchi professionali.

VAI QUI PER LEGGERE TUTTO SUI CORSI AIS

Inizio quest’oggi a parlarvi dei corsi Wset insieme a Mihaela!

Mihaela Cojocaru, Formatrice WSET

Ciao Mihaela! E bentornata su RossVini Wines! Spiegami le differenze che ci sono, a tuo avviso, tra Wset e Ais e CHI dovrebbe scegliere COSA?

“Grazie per avermi dato l’opportunità di esprimere un mio parere sui vari percorsi di preparazione vinicola attualmente presenti in Italia. Ci tengo a sottolineare sin dall’inizio che sono tutti validi, e anzi sarebbe auspicabile poter seguire vari per crearsi un’opinione propria e magari continuare dopo gli studi ad approfondire le tematiche in base alla filosofia che è piu vicina al proprio modo di pensare e allo scopo che ci siamo proposti inizialmente.

A volte mi capita che i miei studenti, oppure persone su Linkedin, mi chiedano consigli su quali corsi seguire oppure come avvicinarsi al mondo del vino sia per lavorare quanto solo per comprendere il vino e assaggiare meglio.

Partendo da zero e facendomi da sola strada nel mondo del vino, grazie ad alcuni eventi fortuiti e alle opportunità che ho saputo cogliere, mi rendo conto che non esiste una risposta facile ed immediata in quanto il mondo del vino è complesso ed in continua evoluzione. Raccomando sempre di guardarsi dentro e capire in che settore ci si vorrebbe addentrare e così cercare di capire quali sono i corsi più adatti

-se si desidera diventare un enologo allora deve fare la facoltà di enologia

-se vuoi diventare un sommelier allora i corsi AIS sono quelli che fanno per te

-se desideri diventare un esperto di vino ed inseguire una carriera di export manager, allora forse i corsi WSET sono quelli più’ adatti.

Comprendo che ancora i corsi WSET non sono molto diffusi e avere la qualificazione di sommelier AIS, può essere molto adatta per iniziare a lavorare nel mondo del vino in ogni ramo. Tuttavia secondo me, e dalla mia esperienza con gli importatori esteri, nessuno sa di preciso in cosa consiste il percorso di studi AIS, per quanto valido sia, ma comprendono benissimo le differenze tra i vari livelli del WSET.

In più, gli stessi concetti e descrizioni che facciamo dei vari prodotti dovremmo essere in grado di farli allo stesso modo anche in inglese; usare lo stesso linguaggio accomuna e crea un legame con i buyer, fa si che loro si fidino del tuo giudizio e della tua capacità di analizzare oggettivamente un vino passando oltre le preferenze personali.

Non ti nego che da quando ho iniziato il percorso WSET, sono riuscita a guadagnarmi il rispetto e la fiducia dei miei clienti in vari paesi, a tal punto, che adesso al livello 4 (DipWset) acquistano i vini in base alle mie raccomandazioni senza aver più bisogno di ricevere campionature.

In più quello che mi piace molto ai corsi WSET è che a partire dal Livello 3 ci sono tante nozioni sui mercati, sui prezzi ed i costi che influenzano i prezzi finali dei vini. Mi ha aperto un mondo ed ha accresciuto la voglia di sapere. Non ti nego che sono diventata anche più umile e mi sono resa conto, che non finirò mai di imparare, che c’è sempre qualcosa di nuovo e che proprio per questo la mia passione mi accompagnerà’ tutta la vita”.

On-Line? Come funziona se vogliamo (intanto che siamo a casa) approfittare di un Wset?

“Il DipWset anche io lo sto facendo in modalità online visto che si tratta di 5 esami diversi, da sostenere in quasi 2 anni. Personalmente mi piace molto il sistema inglese di studiare in privato, da casa, con le mie tempistiche. Non ti nego che fare il corso in classe di sicuro è un’esperienza migliore e la percentuale delle persone che superano l’esame e più alta.

Ma non mi era possibile andare a Londra per tanti giorni prima dell’esame.

Per quanto riguarda gli altri livelli, io ho fatto L2 e L3 in classe. Mi sono iscritta molto tempo prima, ho ricevuto i libri a casa, ho studiato qualche mese e durante il corso in classe ho avuto modo di approfondire i concetti e di comprendere bene e calibrare il palato seguendo le degustazioni con l’Educatore. In più, l’Educatore ti aiuta comprendere un vino a partire dalla teoria fino ad arrivare al bicchiere e al contrario, dal bicchiere alla teoria. E’ un percorso meraviglioso che da solo secondo me non si è in grado di comprendere.

Per spiegarmi meglio, durante uno dei corsi, abbiamo degustato alla cieca un meraviglioso Cabernet Sauvignon, con tannini soffici e avvolgenti che indicavano un clima caldo, una buona struttura, un alto grado alcolico che ci hanno riportato sempre verso clima caldo, questo frutto intenso che gridava “Nuovo Mondo”, l’uso del legno bilanciato, pertanto stavo quasi per inquadrarlo come California e ci stavamo orientando verso un Napa Valley, fino a quando ho sentito al palato questa nota di erbaceo abbastanza evidente (confermata poi anche dai studenti) che mi ha fatto capire che nel Napa, per un vino di alta qualità, fatto con selezione dei grappoli, cure maniacali del vigneto e nella vinificazione, non era normale (infatti era un Cabernet del Cile) ma che aveva questa nota stonata del verde che lo ha tradito.

L’online ti da la libertà di seguire il corso quando desideri, costa di meno, ma le degustazioni le devi fare da solo pertanto dover acquistare da solo i vini arrivi sempre lí, se non spendi di più.

Al livello 1 e 2 dove non esiste una prova di degustazione, può andare anche bene ma per il L3 dove durante il corso hai la possibilità di assaggiare più di 100 vini, spiegati e calibrati insieme all’Educatore e secondo me non c’è paragone. Solo forse se hai fatto il L2 in classe oppure, se la scuola mette a disposizione delle giornate di degustazione per aiutare gli alunni.”

Come si svolge l’esame Wset per i livelli 1-2-3-4?

“La bellezza dei corsi WSET consiste anche nel fatto che i livelli sono separati e ognuno può decidere quale fare oppure a quale fermarsi. Dopo ogni esame ricevi il tuo diploma e la spilletta di colori diversi con il logo WSET. Dal colore della spilla riconosci il livello

Ad ogni livello si parla degli stessi argomenti, ma man mano è tutto più approfondito.

L1 – 30 pagine

L2 – 100 pagine

L3 – 300 pagine

L4 – esami diversi per ogni categoria di vino + degustazione : spumanti, fortificati, business, fermi e viticoltura + tesi

Ovviamente, raccomando sempre una chiacchierata con la scuola per comprendere meglio da quale livello e meglio partire. Questo perché se uno è già sommelier o enologo e ha un buon livello di inglese, può iniziare direttamente dal L2 oppure direttamente dal L3. Mi riferisco ai corsi in inglese, ma adesso sono disponibili anche in italiano. Se invece non si ha familiarità con la degustazione è meglio partire dal L1 oppure 2.

In cosa consistono gli esami e i livelli di preciso?

L1 consiste in una giornata di corso, in cui si degustano 9 vini e a fine giornata, senza aver studiato in precedenza, ma solo stando attenti durante il corso, si dovrebbe essere in grado di rispondere alle 30 domande con risposta multipla in 45 minuti. Ecco qui le specifiche

L2 invece consiste in 3 giornate di corso, con la degustazione di quasi 50 vini e viene raccomandato almeno 12 ore di studio in privato prima dell’inizio del corso. Dalla mia esperienza personale e da quella dei miei studenti ce ne vogliono molte di più.

Nei 3 giorni di corso ci sono 3 sessioni da 2 ore ciascuna durante le quali vengono tratti quasi tutti capitoli del libro con le degustazioni di rigore. Mi è sempre piaciuto il metodo loro dove studi ad esempio lo Chardonnay e subito assaggi 2-3 tipologie di vari paesi del mondo.

L’esame viene sostenuto l’ultimo giorno dopo 2 sessioni di teoria.

Ci sono 50 domande a risposta multipla in un ora.

L3 dura 5 giorni in classe con la degustazione di quasi 100 vini e vengono raccomandate almeno 84 ore di studio privato. Qui iniziamo ad avere i prezzi e le fasce di prezzo dei vini e delle zone vinicole e si parla di potenziale di invecchiamento. Percorso difficile, ma meraviglioso.

L4 dura quasi 2 anni se superi i 5 esami quando li sostieni la prima volta, altrimenti sai può durare anche molto di più 🙂 Per adesso il DipWset si può svolgere in pochi paesi ed io ho scelto di farlo con la scuola madre a Londra.”

(Ecco qui il link alla scuola con la quale collabora Mihaela n.d.r.)

https://www.accademiavino.com/online

Raccontaci il TUO percorso in Wset e nel mondo del vino e i tuoi progetti dopo il tuo esame WSET4

“Ho avuto la fortuna di viaggiare molto e ancor più di degustare, imparando che il mondo del vino è in continua espansione. Il vino mi ha dato la possibilità di conoscere moltissime persone interessanti e di spirito. Ciò che apprezzo particolarmente in questo settore è la leggerezza e la facilità con cui si costruiscono rapporti duraturi, basta essere professionali e…se stessi!

Inoltre ho compreso che spesso non c’è un collegamento diretto tra il prezzo e la qualità di un vino. Ci sono molti vini deliziosi che non costano molto, come centinaia di bottiglie costosissime che non valgono il loro prezzo.

Nel 2014 sono diventata prima anche sommelier AIS e nel 2016 ho aperto la mia attività “Milae Wines” di wine broker che mi permette di fare tutto quello che sognavo da tempo come viaggiare ed assaggiare vino per lavoro, dandomi l’opportunità di focalizzarmi sul mio obbiettivo finale: diventare Master of Wine. Nel frattempo ho scoperto, grazie ad una mia collega, il Wine and Spirits Education Trust ed ho iniziato questo meraviglioso percorso che ha cambiato la mia visione sul vino, da locale ed internazionale, stuzzicando la mia voglia di scoperta. Speravo di essere il primo MW rumeno, ma ormai non ho più questa chance, posso solo sperare di essere il primo italiano! (Diversamente mi accontenterò progetto Milae Wines – MW 🙂

E proprio per realizzare questo sogno, ho superato con “distinto” l’esame per Advanced Level della Wine and Spirit Education Trust e ad oggi mi e’ rimasto da sostenere solo l’ultimo dei 5 esami + la tesi per l’ultimo livello il Diploma (DipWset). Ad agosto 2016 sono diventata una WSET Educator per i livelli 1 & 2 e naturalmente il mio desiderio più grande è di aprire una filiale dell’Accademia Vino a Lecce, per svolgere i corsi in Puglia.

Il WSET mi ha dato una formazione profonda e capillare sul vino, molto incentrata sul business. Mi ha dato una nuova visione del rapporto che c’è tra il territorio, la qualità ed il prezzo di un vino e mi ha permesso di appropriarmi del linguaggio internazionale comune ai buyer.

Perché oggi non basta produrre ottimo vino, bisogna saperlo raccontare e parlare la “stessa lingua” di chi lo compra, per lavoro o per puro piacere.

Attualmente sono coinvolta in vari progetti con enti locali di formazione professionale, collaboro con cantine e privati che hanno compreso l’importanza di un percorso in inglese e con i quali abbiamo creato una ricca offerta di corsi e serate di degustazione in inglese ed italiano incentrati sulla viticoltura internazionale.

Mi auguro di poter sensibilizzare gli operatori locali, produttori, enologi, agronomi, ristoranti, wine-bar, enoteche, guide turistiche e chi si occupa di enoturismo in genere, studenti degli istituti alberghieri sull’importanza di una buona presentazione anche in inglese.”

Grazie mille Mihaela come sempre e spero, con questa breve condivisione di una chiacchierata, di aver dato utili info e non le solite di costi, indirizzi o mail a cui chiedere informazioni per muovere i passi da principiante o professionista in questo fantastico mondo ma informazioni più vere, sentimentali e sentite.

Tra due giorni qui sul Blog, la chiacchierata con Marco Vitale, sommelier AIS per scoprire tutto sui corsi AIS, Stay Tuned!

Francesco

Il Covid-19 ha infettato il mondo del Vino?

Vigna sulle colline dell’oltrepo’ pavese

A chi non è capitato di vedere bellissime immagini di acqua limpidissima a Venezia o le varie mappe satellitari sempre più nitide, grazie alla diminuzione radicale dell’inquinamento della nostra tanto colpita, ingiustamente, atmosfera.

Queste sono quelle cose che fanno essere tutti un po’ più sereni, anche in momenti come questo dove la pandemia sta letteralmente cambiando le nostre abitudini, i nostri valori, i nostri ritmi e senza dubbio, il nostro modo di degustare e vedere il vino.

Ugualmente, a chi non è capitato in questi giorni di leggere sul famoso “mondo del vino dopo il Covid-19” ed io, voglio soffermarmi su una parte di questo ‘futuro mondo’ che in parte, è già presente e che mi sta molto a cuore e senza dubbio, sta a cuore anche al nostro pianeta ossia, un consumo di “vino etico e responsabile”, un consumo di qualità che forse, stiamo perdendo di vista.

Fin dall’inizio dell’epidemia avevo aderito su Instagram a qualche bella iniziativa per fomentare il consumo “responsabile e etico” e per una volta, per responsabile intendo non bere poco ma ad un acquisto da piccoli produttori o dall’enoteca locale. Tutti ormai fanno consegne a domicilio e non abbiamo scuse per non bere responsabilmente.

Si stima che in questi giorni di “confinamento” a casa il traffico internet sia salito e continui a salire a dismisura, salgono i fatturati degli e-commerce e tutti, produttori e consumatori, chi anche per la prima volta, si avventurano nel mondo dei social network nella speranza di poter continuare con quel filo conduttore tanto denso di rapporti, vicinanze e complicità che fino a pochi mesi fa, erano alla base del rapporto “Piccolo produttore-Consumatore”.

Rapporti che devono certamente cambiare e se pensiamo che teoricamente per creare un abitudine, ci vogliono almeno 21 giorni forse tutti, anche senza saperlo, abbiamo già cambiato le nostre abitudini.

Si stima che il consumo di vino sia salito e quasi diventato giornaliero tra gli amanti e i meno amanti, forse complice anche l’aver riscoperto il bello dei momenti che una buona bottiglia ci può regalare…buona bottiglia comunque, sembra dai dati, fino a un certo punto poiché la maggior parte degli acquirenti ha notevolmente abbassato il prezzo dei suoi acquisti a fronte di una maggior quantità acquistata, vale a dire, acquista magari due bottiglie in più spendendo meno, beve tutti i giorni o quasi, spendendo meno.

La crisi che ci sta colpendo e sicuramente colpirà sempre più duro, si riflette in bottiglie meno care, l’incertezza si riflette in un consumo di vino a volte meno consapevole e in un abbassamento della qualità a favore della grande produzione e della standardizzazione. Il Coronavirus ha infettato anche il vino?

Anche alcuni famosi ristoranti, stanno pensando alla riapertura con dubbio e timore e probabilmente, la maggior parte di loro farà tagli alla carta del vino, un investimento importante e rischioso per tutti i ristoratori. Si affideranno forse a distributori più flessibili con la fatturazione e questo, spesso indirettamente, significa un grande distributore e molte volte sinonimo di standardizzazione del catalogo e dei prodotti di grande distribuzione.

I dati confermano questo trend verso la minor qualità e per saperne di più, ho approfittato per chiedere a chi nel mercato del vino si muove giornalmente; Roberto Bortolussi, CEO e fondatore di Wine Marketing ItaliaWine Me Up, un metodo con cui già prima dell’epidemia, Roberto insegnava ai piccoli produttori a vendere più vino attraverso la vendita diretta.

Roberto, come cambierà, in rapporto spesa/quantità acquistata, l’abitudine di acquisto degli italiani?

“I dati ufficiali in questo periodo arrivano dalle grandi piattaforme e-commerce e dalla GDO. Ci dicono che le vendite sono schizzate alle stelle con una lieve diminuzione del prezzo medio della singola bottiglia acquistata.

Nulla di strano se ci pensiamo, magari non tutti hanno voglia di stappare frequentemente a casa una bottiglia molto pregiata e costosa. Il vino è un bene di lusso (come dichiara anche Angelo Gaja), e come tale genera emozioni e sensazioni che vanno molto al di là delle semplici caratteristiche organolettiche.

Il contesto, ad esempio, è un tema cruciale. La stessa identica bottiglia cambia tremendamente se consumata a casa da solo oppure in una situazione conviviale con gli amici in un wine bar.

È come se acquisisse degli attributi aggiuntivi.

Per ora con i produttori con cui lavoriamo, non abbiamo riscontrato mutamenti importanti sulle abitudini d’acquisto degli italiani. Tra qualche mese sinceramente non saprei, su questo punto non me la sento di sbilanciarmi perché si possono fare solo previsioni.

Tutto dipende da come si evolverà l’emergenza sanitaria.”

Credi che il vino BIO, biodinamico e Naturale e l’ascesa fatta da questi prodotti in questi anni possa diminuire a fronte di un consumo più abituale e a buon prezzo di vino? Diminuirà la qualità?

“Se parliamo di vino biologico, come da definizione di legge, credo che nei prossimi anni sarà il nuovo standard, la nuova normalità. Tante aziende si sono sono convertite al regime biologico già da diversi anni, altre si trovano in piena fase transitoria. Alcuni produttori, soprattutto di piccole dimensioni, avrebbero tutte (o quasi) le carte in regola per rientrare nel biologico ma, chi per motivazioni economiche, chi per proprio credo, ne restano volontariamente fuori.

Non so perché ma chi decide di fare così lo racconta sempre con orgoglio (vero e condivido n.d.r.).

Quando si parla di “certificazioni” l’argomento è sempre molto scottante e le opinioni divergenti. “Chi fissa le regole?”, “Chi le fa rispettare?”, “Chi tutela i consumatori?” sono solo alcuni dei più comuni quesiti che affollano la mente di produttori e appassionati di vino.

In ogni caso credo che a livello generale andremo sempre di più verso un’agricoltura sostenibile. Anzi, me lo auguro perché il nostro pianeta ce lo chiede.

Prevedo per il prossimo futuro una maggiore consapevolezza del prodotto certificato bio”.

Quanto le grandi aziende produttrici stanno usufruendo di questo momento/opportunità e quanto invece il piccolo produttore? Chi vincerà secondo la tua esperienza? Senza cadere in ovvietà quali: “Lui fattura più di me quindi ha più opportunità”.

“Lo spaccato che ho potuto individuare io nelle ultime settimane è il seguente: sia tra i grandi che tra i piccoli si manifestano 2 comportamenti diametralmente opposti.

Da una parte c’è chi sta subendo in maniera passiva la crisi e fondamentalmente è in uno stato di paralisi, forse aspetta che il presentatore del TG dica “Ehy, è tutto finito si può ricominciare!”. Dall’altra c’è chi ha tradotto la parola “crisi” in “cambiamento/opportunità” e sta facendo grandi cose. Qualcuno è arrivato a triplicare le vendite…

Dal momento che la qualità del prodotto è necessaria ma assolutamente non sufficiente, oggi vince chi ha il marketing migliore. Fine. Grande o piccolo non fa differenza, il marketing ben fatto è alla portata di tutti, con i dovuti aggiustamenti.”

Stiamo assistendo ad una accelerazione del mondo social e digital quanto mai violenta, è venuto a mancare un collegamento essenziale tra la piccola cantina ed il consumatore. Il collegamento vero che spesso è il filo conduttore di tanto fatturato. Secondo te riprenderà tutto come prima, con le dovute tempistiche, o il mercato e questo filo devono spostarsi su altri canali?

“Io, come sai, sono un accanito sostenitore della vendita diretta al privato. Sono convinto che parta tutto da lì. Anche la costruzione degli altri canali di vendita (Ho.Re.Ca., Export, E-commerce) sarebbe molto più semplice ed efficace se partisse da una solida base di clienti privati.

Soprattutto i piccoli devono assolutamente concentrarsi sulla vendita al privato sia per i margini di guadagno più alti sia per gli incassi immediati.

Quello che succederà tra qualche mese sarà fondamentalmente responsabilità dei produttori. Io i miei li “istruisco bene” incentivando più che mai a proporre esperienze di enoturismo direttamente in cantina. Quindi per me la relazione ideale anche nel post-Coronavirus rimarrà sempre quella che prevede un primo contatto dal vivo, che poi deve assolutamente proseguire coadiuvato dalla tecnologia di cui disponiamo oggi. Il succo è che i due mondi off e on-line oggi hanno pari importanza e uno non esclude l’altro.”

La tua consulenza è sempre stata improntata sulla vendita diretta cantina – buyers, tu come aiuti i produttori in questo periodo, cosa consigli ai produttori medio piccoli?

“La vendita diretta può essere fatta in cantina… ma anche a distanza!

Dunque in questo periodo l’opportunità più grande è vendere a clienti privati spedendo il vino tramite corrieri oppure consegnandolo a domicilio nei dintorni (con tutte le precauzioni del caso).

Indubbiamente chi ha lavorato bene con il marketing nell’ultimo periodo è super avvantaggiato. Dispone già di tanti clienti desiderosi di acquistare il proprio vino e non deve necessariamente acquisirne di nuovi, pratica molto più faticosa e dispendiosa.

Io dico sempre che fare marketing è come stipulare un’assicurazione per la tua azienda. La fai crescere in modo sano e la proteggi nel migliore dei modi, qualsiasi cosa accada. Coronavirus compreso (sempre che non vada veramente troppo per le lunghe, ma nessuno di noi se lo augura).

E poi a parte il marketing, che altrimenti sembro ripetitivo, serve anche il giusto atteggiamento mentale e propensione al cambiamento. Bisogna rimanere lucidi in situazioni simili.

Invito chi vuole approfondire ad ascoltare la puntata numero 008 del Wine Marketing Podcast dove parlo proprio di questo. La trovate su Spotify, YouTube, Apple Podcast…”

Grazie mille Roberto!

Ho iniziato questo articolo parlando dei benefici che la terra e la natura stanno avendo in questo momento, per noi invece così strano e cupo e credo che la terra dovrebbe comunque insegnarci quanto abbiamo fatto e quanto il nostro pianeta potrebbe respirare e regalarci cose meravigliose e spero che abbia ragione Roberto; secondo questi dati in queste poche righe, stiamo andando verso una piccola, a volte insignificante ma pericolosa nuova realtà di consumo di massa, in completa contraddizione con la sostenibilità e la diversità. Ancora di più diventa importante l’informazione in questi termini ed i corsi come quelli di Roberto, per far sì che i piccoli produttori di qualità vadano a riprendersi quanto perduto e ritrovare un sentiero più consono agli ultimi insegnamenti avuti dalla natura.

Saremo in grado di recuperare quanto stavamo facendo e quello che stavamo bevendo? Ai posteri l’ardua sentenza!

Un Abbraccio e mi raccomando, bevete “responsabilmente”!

Vi lascio i contatti di Wine Marketing Italia-WINE ME UP di Roberto Bortolussi e i vari collegamenti a PodCast, Webinar e altre info utili per restare aggiornati.

Agricoltura Biodinamica, tra esoterismo e grandi etichette

Anfora ElisabettaForadori Vini
Tinajas Spagnole nella cantina Foradori

Erano i primi anni del ‘900 quando fu introdotta l’agricoltura industriale e chimica e in Germania, i coltivatori industriali si resero conto che i loro campi iniziavano a produrre di meno.

Entra in campo il filosofo e pensatore Rudolf Steiner, le cui idee avevano già apportato grandi cambiamenti a metodi educativi e alla medicina. Steiner fu chiamato in campo per studiare come i campi potessero produrre le stesse quantità precedenti. Da allora, Rudolf Steiner è per tanti Enoamatori Biodinamici, il padre della biodinamica.

Steiner notò che a lungo termine i fertilizzanti ed i composti chimici danneggiavano il suolo e di conseguenza anche le colture e così, anche animali e umani che dipendessero da queste colture. Concettualizzò una fattoria come un grande ecosistema, una entità vivente basata sulla biodiversità e dove ogni elemento naturalmente presente sostenesse l’altro, dai boschi, al bestiame, al pollame. Questo “circuito chiuso”, come lo definisce Steiner, inizia ad essere utilizzato e il suo modello viene seguito da tanti fino ad arrivare alla viticoltura.

Nel mio articolo su STELLA DI LEMMEN (fattoria Biodinamica delle Cinque Terre) si capisce bene l’utilizzo di questi termini come circuito chiuso e biodiversità.

Ecosistema Biodinamico incentrato sulla BioDiversità. (Stella di Lemmen)

Si legge spesso che la viticoltura biodinamica sia solamente legata all’utilizzo delle fasi lunari e delle varie posizioni della luna nel cielo durante il suo moto di rivoluzione intorno alla terra ma, se si guarda la cosa da un punto di vista più ampio, le caratteristiche che rendono un vigneto biodinamico e quindi, un vino biodinamico, sono molto di più.

Le pratiche biodinamiche vanno oltre il biologico e favoriscono i preparati biodinamici, il compost, le colture di copertura e la rotazione delle colture per creare fertilità del suolo e creare un sistema in cui il suolo e la pianta possa da sola difendersi da vari attacchi di malattie o parassiti. L’agricoltura secondo la astrologia o le fasi lunari, sono solo un piccolo specchietto esoterico di questa grande realtà che è un ecosistema vivo con biodiversità. Questa parte esoterica, è forse la parte che più richiama l’attenzione di questo tipo di agricoltura ma è solamente una piccolissima parte e, sicuramente, molto curiosa, pensate che ad esempio si usava seppellire un corno di mucca pieno di letame nel campo…siamo quasi a livello di magia, speriamo bianca.

Tuttavia, a parte l’esoterismo che sicuramente è una parte importante e soggettiva in ognuno di noi, uno studio del 2009 ha scoperto che: “I preparati [biodinamici] esprimono un impatto ambientale positivo in termini di consumo di energia ed efficienza. Il principio meccanicistico alla base delle scienze naturali dei preparati [biodinamici] è ancora oggetto di indagine. ” Infatti, nelle linee guida di Demeter (associazione per la certificazione del metodo biodinamico n.d.r.), si legge, tra le 30 pagine, che l’agricoltura biodinamica deve essere il “miglioramento della qualità del lavoro dell’agricoltore e, di conseguenza, il miglioramento del prodotto”.

Tra esoterismo e Agricoltura, voglio proporvi 5 etichette Biodinamiche dove né l’esoterismo, l’astrologia o la gestione armonizzata dell’ecosistema vivo del vigneto lasciano spazio a dubbi. Questi sono vini Top nel mondo e, tra le etichette, anche uno dei più rinomati e cari FineWines.

Vi invito, portafoglio permettendo, a provarne quanti più possibile e se vuoi sapere anche quando berli, ti rimando al mio articolo sul calendario Biodinamico per la degustazione di Maria Thun, discendente di studi del grande Steiner in persona.

-Az. Agricola Foradori, lavora da sempre in biodinamica, praticamente si può dire che i vini di Elisabetta Foradori, sono forse tra i precursori in Italia di questo metodo.

-Romanée-Conti, uno dei più conosciuti FineWine nel mercato dei grandi vini (Come investire in vino) sicuramente il vino più famoso.

-Alvero Palacios, il produttore orgoglioso di “L’Ermita”, ciò che i critici chiamano uno dei più importanti vini spagnoli dell’era moderna, Alvero Palacios è uno dei più grandi viticoltori biodinamici in Spagna.

-Radikon (Friuli Venezia Giulia), vini eroici come gusto, sapore, storia e anche come metodo di coltivazione.

-Podere Cipolla, al quinto posto voglio mettere un produttore che considero Biodinamico anche se, i piccoli appezzamenti e la bassa produzione, non essendo certificato, lo fanno assomigliare più ad un naturale; resto così fedele al mio modo, a volte anarchico, di vedere la viticoltura e le varie certificazioni. I Lambruschi di Denny Bini e del suo Podere Cipolla, li ho raccontati in questo articolo.

Il Baboso Negro e la mentalità dietro la produzione

Un Impianto al Sud di Tenerife.

Chi si tirerebbe indietro quando ti propongono di assaggiare un monovarietale di una uva quasi sconosciuta e oltretutto, in via di estinzione?

Ancor di più se ti trovi a metà delle misure restrittive (Coronavirus n.d.r.) in una zona come Tenerife, piena di piccole EnoChicche da scoprire.

È così che, visto che sto utilizzando questo periodo di calma, tra le altre cose, anche per addentrarmi ancora meglio in una cultura enologica che negli anni passati, vuoi per il tempo o per la scarsa qualità dei prodotti di qualche anno fa, avevo trascurato. Mi sono lasciato convincere nel provare alcune bottiglie di una uva quasi mitica, leggendaria in queste zone e soprattutto, pare in via di estinzione.

La Baboso Negro, è una uva piuttosto rara, inizialmente si coltivava nell’isola del Hierro, la più piccola delle isole Canarie. Molto difficile da allevare e molto difficile da vinificare.

Questa uva ha alcune particolarità, prima tra tutte la sua scarsa quantità.

Si sviluppa bene in piccoli vigneti vicini ad altre uve e quasi mai sola tra i 250/700 mslm.

L’altra peculiarità è la sua bassissima resa e soprattutto la doppia selezione che viene fatta sulle uve; la prima dalla natura in quanto è una uva con uno sviluppo molto rapido e precoce e tende a marcire molto facilmente se non viene raccolta nel momento ottimale. I raspi marciscono in fretta e questo la rende difficile da vinificare in maniera ottimale di fatti, le bottiglie di Baboso Negro 100% che si trovano sulle isole, sono bottiglie abbastanza care ed è raro che superino le 2000 bottiglie all’anno.

La sua estinzione è dovuta proprio a queste difficoltà e sensibilità di questa uva poiché, in fase di riqualificazione dei vigneti, si opta sempre di più per viti più semplici, sempre autoctone ma con una maggior resa e una minore possibilità di vanificare un intero anno di lavoro.

Questo anche a causa del rischio di impresa per le piccolissime cantine della zona, per piccole intendo anche produzioni di 6 o 7000 bottiglie all’anno suddivise in più referenze che, non volendo evidentemente rischiare una parte del fatturato, sono propense a togliere questa uva o, se la mantengono, a lavorarla con metodi convenzionali. Molto difficile trovarla in monovarietà e naturale o in coltura biodinamica. Probabilmente, per non rischiare sperimentando.

La Baboso Negro si trova per lo più in taglio con altre uve e qui, qualche sperimentazione è stata fatta con grandissimi risultati. (Vedi Envinate che la utilizza in alcuni dei suoi blend).

Le bucce della Baboso Negro sono molto concentrate, motivo per cui questi si consentono lunghe macerazioni e si ottengono vini con un’alta concentrazione di composti fenolici, alto potere alcolico e acidità equilibrata. L’invecchiamento in botte è molto utile, dando origine a vini di colore intenso, quasi vermiglio, con aromi speziati e fruttati (tipici della varietà) e una bocca molto ampia, con tannini densi.

Se si vuole quindi gustare un vino monovarietale di Baboso Negro, dobbiamo quindi, mio malgrado, abbandonare per un attimo il minato e contraddetto campo del naturale ed andare su vinificazioni e filosofie produttive sempre sostenibili ma per lo più convenzionali. Dobbiamo entrare un attimo nella cultura del produttore, nei suoi rischi di gestione e di impresa e metterci nei suoi panni calcolando anche tutti questi fattori, uniti certamente al fatto che questa uva, si discosta tantissimo dalla linea generale dei prodotti vinificati qui sulle isole, per lo più dolci, fruttati e convenzionali.

Ho assaggiato quindi alcuni vini di questa varietà e ne sono rimasto molto colpito.

Voglio raccontarvi qui di due prodotti che, sopra tutti, hanno senza dubbio conquistato la mia attenzione e il mio palato.

BABOSO NEGRO BODEGA VIÑATIGO 2018.

Questa cantina è stata una delle prime a proporre questa uva coltivata e vinificata in Tenerife, si dice che il vecchio proprietario ed enologo della cantina, si sia portato delle barbatelle ‘originali’ direttamente dalla vicina isola del Hierro. Impiantate in Tenerife, la Baboso Negro e il clima, hanno fatto la magia.

Questo vino è quanto di più goloso si possa aspettare di trovare dentro una bottiglia di una uva del genere.

La struttura che si porta dietro fin dal primo sorso è imponente e i caratteri speziati vanno dal pepe nero al comino, passando per una punta di pepe dolce, la buccia della frutta rossa, soprattutto della amarena e dei frutti di bosco, ingolosiscono la bevuta. È un vino molto ampio e lungo, il legno, ha dato i giusti tannini e la giusta acidità che non è mai invadente se non assolutamente equilibrata.

La vendemmia è manuale, viene effettuata una macerazione prefermentativa a freddo e successivamente fermenta a 25 gradi. Inizia la malolattica prima di invecchiare 12 mesi in botti di rovere francesi da 500lt.

La vinificazione è super canonica e convenzionale e devo ammettere che veste perfettamente questo meraviglioso vino.

BABOSO NEGRO VERA DE LA FUENTE 2018. Qui entriamo in un Baboso negro un po’ più caratteristico. Coltivato al Sud dell’isola di Tenerife, rispetto a quello di Viñatigo, coltivato al Nord.

Entrambi coltivati canonicamente a spalliera ma in due suoli seppur vicini, così diversi.

Il Baboso Negro Vera de la Fuente viene vinificato esattamente come quello di Viñatigo ma qui, vengono aggiunti in fermentazione il 10% dei raspi di alta qualità. Ritrovo un corpo più profondo, una personalità più pensativa e nostalgica. Un vino molto crudo e audace, quasi a voler esplodere in bocca dai gran aromi che ti lascia. Lunghissimo e strutturato, tra i profumi tipici, trovo note di liquirizia e cannella, riscontro una minor verticalità e finezza rispetto a quello del Nord ma senza dubbio, una rusticità in grado di lasciare il segno ai palati inquieti e insoddisfatti come il mio.

Due bellissime bevute e ringrazio entrambe le cantine per questi due bellissimi vini che mi hanno un poco riportato anche ai sapori dei nostri vini italiani o a quei morbidi corpi Francesi che mi piacciono tanto.

Non sono vini troppo vulcanici anzi, il loro corpo così morbido e caldo, potrebbe ingannare sicuramente qualche bel palato della nostra bell’Italia. Certo, un po’ mi dispiace che tutti i vini di questa varietà siano così canonici come vinificazione, è come vestire una modella bellissima, sempre in jeans e maglietta, tuttavia, nella mentalità dei produttori devo dire che…ci sta!. Bellissimo vino!

Degustazione 100% Baboso Negro Vera de la Fuente

Vi terrò aggiornati su questa varietà perché probabilmente ne sentirete parlare spesso e presto anche in Italia…volesse il cielo… .

A presto Enolover!

Francesco

Tipologie di Vino e Solfiti: i capri espiatori di troppe certificazioni

Etichetta di vino con tracce di uova sebbene Biodinamico

“Spesso mi chiedo quanto sia davvero necessaria una linea guida legislativa per i vini naturali…(Frodi a parte)”

Mi sta capitando spesso in questi giorni in Spagna, di trovare bottiglie sulla cui etichetta vi è la dicitura “contiene caseine” o “contiene uova e derivati” (raro vedere queste cose in etichetta anche se la UE dal 1′ Luglio 2012, ha reso obbligatoria l’indicazione in etichetta sulla presenza di questi composti nel vino solo se superano i 0,25mg/l n.d.r.) oltre che ovviamente famigerati solfiti e così, voglio rendere questo articolo una brevissima tabella informativa e poco tecnica…quanto basta, per poter almeno definire vini Biologici, Vegani, Biodinamici, Naturali e convenzionali.

È facile essere scambiati per ‘snob’ al giorno d’oggi se si chiedono vini naturali, biodinamici o vegani. Molte volte si perde l’eticità di un bere più sostenibile tra le varie classificazioni.

Ho pensato quindi di racchiudere alcune informazioni importanti che fa sempre bene rivedere e, per quanto riguarda i vini Naturali, per i quali non esiste certificazione, cercare di riconoscerli senza farci ingannare o ‘sopraffare’ dalle etichette e dai racconti che ci fanno e scoprire se in fondo, sarebbe davvero necessaria una legge che certifichi questi vini. (Ho scritto certifichi, non tuteli, la tutela è importantissima).

I vini Naturali infatti non sono regolati da nessun ente pubblico o privato e sono lasciati alla ‘mercè’ delle varie classificazioni, ideologie, dibattiti a volte molto soggettivi. Quello che diciamo quando chiediamo un vino naturale, molte volte è inteso in modo diverso rispettivamente da chi chiede e da chi ascolta. Molte volte si ricade sul vino biologico, sul biodinamico e sull’ artigianale che sicuramente, è più vicino ad un vino naturale di quanto si possa pensare ma il termine naturale è vasto e ognuno, ha il SUO significato. Un po’ come il termine mineralità, significa tanto e non significa niente.

Tutte queste varie ideologie e differenze, nonché soggettività nel percepire un vino che non ha legislazione, hanno fatto sì che spesso i solfiti siano diventati i ‘capri espiatori’ di tutte le sostanze che possiamo incontrare in un vino.

Andiamo quindi a vedere senza soffermarci su argomenti troppo tecnici, cosa distingue un vino Biologico, Biodinamico e Vegano, per cui esistono linee guida o Naturale, dal vino ‘convenzionale’ e vediamo come si comportano i tanto odiati solfiti.

Vini convenzionali: contengono oltre 600 sostanze chimiche, alcune delle quali anche tossiche ma oltre alle sostanze aggiunte in cantina in momento di vinificazione, la differenza più grande, a mio anarchico avviso, c’è al momento della lavorazione in vigneto.

Per preservare infatti la “qualità” delle uve e delle piante, si ricorre spesso a pesticidi massivi, compost chimici e composti atti a debellare qualsiasi malattia o parassita ancor prima che nasca. Tutti composti che ritorviamo inevitabilmente sulle uve, nelle bucce, nel bicchiere…

Alcuni di questi pesticidi possono anche alterare la qualità dei mosti e dare problemi in fermentazione. In cantina, si utilizzano per lo più lieviti in polvere industriali e dopo le varie fasi, il vino viene ripulito dalle impurità che la lavorazione ha prodotto con proteine animali, derivati del latte e delle uova. Queste proteine, come spiegato nel mio articolo sui Vini Vegani e la lista completa, si legano alle impurità e le trasformano facendo apparire il vino più limpido, appetibile e alla fine, pulito. Questo processo è chiamato chiarificazione.

Vini Biologici: I vini Biologici sono regolamentati dalla certificazione che riconosciamo dalla ormai nota foglia verde nel retro etichetta. Questa certificazione, verifica e attesta l’utilizzo di sostanze biologiche e non dannose per la pianta e per il suolo in vigna e altrettante sostanze riconosciute e certificate biologiche in vinificazione. Le sostanze presenti nei vini BIO, anche se certificate, sono comunque tante, se si cerca un vino il più vicino possibile al Naturale, il vino Biologico, direi che non faccia certo per noi. Ecco perchè quando chiediamo un vino naturale e ci viene proposto un certificato BIO, teoricamente stiamo parlando due lingue totalmente differenti. Per i solfiti i limiti di legge per i vini BIO sono di 100 mg/l per i rossi e di 150 mg/l per bianchi.

Vino Biodinamico: le grosse differenze iniziano ad arrivare con il vino Biodinamico. A parte la componente quasi ‘olistica’ e astratta di questi vini, sono certificati da Demeter, ente privato che controlla che tutto segua le varie lavorazioni, agricoltura secondo i calendari lunari, vinificazione senza aggiunta di sostanze a parte la Bentonite, il Carbone Enologico, l’Albumina d’uovo e i solfiti di cui vi allego tabella direttamente dal regolamento Demeter.

La biodinamica prevede principalmente il rispetto per il luogo, il terreno, il vino e migliorare la qualità del lavoro agricolo secondo le indicazioni di R.Steiner, padre della Biodinamica.

SOLFITI VINO BIODINAMICO (PAG.21-LINEE GUIDA DEMETER)

Vini Vegani: Parentesi a parte viene fatta per il vino vegano dove, a parte essere ovviamente bandite tutte le sostanze di derivazione animale che abbiamo detto sopra, il processo per rendere Vegano un vino non solo si ferma alla vinificazione. Parliamo di non concimare la vigna con composti animali, non arare con l’utilizzo degli animali, non utilizzare componenti (in tutto il processo) che contengano composti di derivazione animale; molte volte anche le colle per attaccare le etichette o le scatole con colle particolari, fanno sì che il vino non sia più consumabile per un Vegano. La certificazione è attraverso una associazione simile alla Demeter che marchia in etichetta col simbolo Vegan. La quantità dei solfiti qui, non è limitata se non alle direttive UE generali di segnalare in etichetta i solfiti aggiunti se la quantità residua è superiore a 10 mg/lt.

Leggi il mio articolo VINI VEGANI, UNA LISTA COMPLETA

Vino Naturale: Il vino naturale non deve avere nessun composto aggiunto a parte i solfiti, in quantità di 30 mg/litro per i rossi e 40 mg/litro per i bianchi che non è altro che la quantità di solfiti prodotta mediamente in modo naturale, dal vino stesso durante la fermentazione.

I vini naturali non sono filtrati, non sono chiarificati e la fermentazione alcolica deve essere spontanea. Come riconosciamo a occhio, naso e bocca quindi un vino naturale?

Dai Vini Convenzionali al Vino Naturale, quanto `pe necessaria una legislazione? Perchè?

Per prima cosa il vino sarà più torbido, con colori alle volte più attenuati e trasparenti dei normali vini convenzionali o anche più accesi, soprattutto nei bianchi. A fine bottiglia è facile incontrare il fondo che, tuttavia, può anche non essere presente in quanto il vino continuerà ad evoluzionare in modo naturale in bottiglia molto più liberamente di uno convenzionale o Biologico in quanto è un ‘essere vivente vero e proprio’.

Il più delle volte la ‘spontaneità’ delle lavorazioni di questo tipo di vini fa sì che nel bicchiere avremo aromi volatili di riduzione, chiuso, le classiche ‘puzze’ dette dagli esperti di vini naturali che scompariranno dopo poco. Appare al naso inizialmente pungente e scomposto per affinarsi a contatto con l’aria durante la bevuta.

Avremo un vino che può cambiare tra un sorso e l’altro e soprattutto nessuna annata o bottiglia può essere considerata uguale all’altra, questo poiché ogni annata e suolo ha il suo carattere e la sua personalità, ogni annata è una storia che dobbiamo ritrovare nel bicchiere.

Ci tengo a sottolineare che ho parlato dei solfiti solamente per dare una brevissima linea guida sulle quantità ma non penso affatto che siano dannosi, in piccole quantità anzi, come detto, il vino li produce comunque spontaneamente ed in questo caso avremo, nelle etichette più ligie…la dicitura “senza solfiti aggiunti”. I solfiti sono sempre stati considerati il composto che fa la differenza ma come potete notare non è così, i solfiti aiutano a mantenere il vino sano, ad aiutarlo nella conservazione in bottiglia e nella sua corretta evoluzione, un po’ come la tanto amata acidità, sinonimo di prossima longevità e senza dubbio di una buona riuscita della vinificazione.

Personalmente, anche se il discorso dei vini naturali sia nebuloso, credo che comunque sia già ben definito da solo e a dispetto di varie certificazioni, voglio ricordare che ci sono disponibili certificazioni, come ad esempio il biologico o il vegan, che sono comunque ‘schivate’ da molti vignaioli e produttori. Alcuni ad esempio si certificano e poi non continuano con la certificazione pur seguendo lavorazioni rispettose dell’ambiente e del prodotto. Detto questo, sarebbe necessario avere una certificazione anche per i vini naturali o sarebbe l’ennesima associazione o ente privato che, il più delle volte, classifica e si approfitta di buona parte del lavoro del vignaiolo?

A questa ed altre domande ognuno, credo abbia la sua risposta…se vorrete condividerla con me, sapete dove trovarmi!

Buona giornata WineLovers!!